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LA VALUTAZIONE DELL’ AZIENDA

 

Da cosa dipende il valore dell'azienda? Il prezzo di vendita di un'azienda può essere

diverso dal suo valore? C'è un unico prezzo per ogni azienda o possono esistere prezzi

diversi per la stessa società? Come viene stabilito il prezzo finale?

In questa parte della guida si cercherà di dare un risposta sintetica a tali domande,

illustrando, in maniera necessariamente sommaria, quali sono le metodologie e le

tecniche valutative generalmente utilizzate dagli esperti. Sull'argomento sono stati

pubblicati molti articoli sulla stampa specializzata (alcuni reperibili anche in internet),

è disponibile una vasta bibliografia ed esistono anche diverse scuole e correnti di

pensiero sull'approccio ritenuto metodologicamente più corretto. Certamente non è

facile qui sintetizzare la complessa teoria del processo valutativo, ma considerata la

finalità divulgativa di questa guida, gli esperti e i "puristi" della valutazione aziendale

ci perdoneranno qualche inevitabile approssimazione.

Il processo valutativo esige l'integrazione di due categorie di competenze

professionali: aziendalistiche, per cogliere gli aspetti sostanziali e le dinamiche del

mercato in cui opera la società, il suo posizionamento competitivo, le implicazioni

strategiche, i punti di forza e debolezza, le potenzialità e le prospettive dell'azienda

oggetto di valutazione; di finanza aziendale, per dominare nell'aspetto quantitativo

temi quali la scelta dei parametri, i tassi, la volatilità, il costo del capitale, i

moltiplicatori, la fondatezza dei modelli e così via.

È comunque opportuno ricordare che per un'azienda non esiste un valore puntuale e

assoluto, in quanto la soggettività è implicita nel lavoro dell'analista-valutatore, come

dimostra il fatto che più esperti, pur in possesso delle medesime informazioni e

utilizzando gli stessi criteri di stima, nel valutare la stessa azienda possono pervenire a

risultati anche sensibilmente dissimili.

Pertanto valutare un'azienda significa piuttosto pervenire a un range di valori,

all'interno del quale si colloca la stima del prezzo che verosimilmente potrebbe essere

raggiunto in una trattativa, prezzo che in definitiva dipende dal potere contrattuale

delle parti negoziali, dalle loro aspettative e dalle rispettive motivazioni.

Da cosa dipende il valore dell'azienda?

Il valore di un'azienda dipende da una serie di elementi: alcuni oggettivi, quantificabili

con precisione e verificabili, altri legati a stime e previsioni future, quindi per loro

natura soggettivi.

In via teorica il valore di un'azienda può essere definito come il valore, attualizzato ad

oggi, dei flussi di reddito che essa sarà in grado di generare nel futuro (flussi reddituali

e finanziari). Ciò significa che il valore di un'azienda è da leggersi "in prospettiva" e va

ponderato per il rischio legato al grado di incertezza e aleatorietà della stima dei flussi

futuri, che aumenta con l'allungarsi dell'orizzonte temporale preso in considerazione.

La rischiosità dei flussi di reddito è, infatti, direttamente proporzionale al tasso di

sconto di tali flussi: maggiore è la rischiosità dei redditi e maggiore sarà il tasso di

sconto di tali redditi.

Semplificando, questo comporta che - a parità di risultati attesi - un'azienda più

rischiosa, cioè caratterizzata da risultati futuri meno prevedibili, vale meno "in

prospettiva" rispetto ad un'azienda la cui la stima dei risultati attesi sia più certa (ad

esempio, per la notorietà e la forza del marchio, perché leader di mercato, perché

titolare di brevetti e tecnologie non facilmente sostituibili, perché operante in un

settore protetto da più elevate barriere all'ingresso nei confronti di nuovi concorrenti,

ecc).

Anche nelle valutazioni aziendali vale comunque il detto "il futuro ha un cuore antico",

con ciò intendendo che non si può prescindere dall'analisi fondamentale

dell'andamento storico dei risultati aziendali, al fine di ottenere una fotografia quanto

più nitida possibile sullo stato attuale dell'azienda, introdurre elementi oggettivi nella

valutazione stessa e verificare l'attendibilità delle previsioni future in base

all'estrapolazione dell'andamento passato delle variabili prese in considerazione.

Va, inoltre, evidenziato che la quota di controllo di un'azienda è normalmente

negoziata "a premio" (premio di maggioranza) rispetto ad una quota di minoranza.

Scendendo in dettagli tecnici, a seconda delle caratteristiche dell'azienda, del contesto

in cui questa opera e delle finalità della valutazione, possono essere utilizzati diversi

criteri di valutazione, eventualmente integrabili in via complementare tra loro:

- valutazioni assolute: metodo patrimoniale, modello reddituale, modello misto

patrimoniale-reddituale, modello finanziario;

- valutazioni relative: metodi che si basano sulla teoria dei moltiplicatori di mercato (i

cosiddetti multipli).

Di seguito sono sintetizzati alcuni concetti di base riguardanti i principali metodi e

modelli valutativi.

Metodo patrimoniale

Lo storico metodo patrimoniale è caduto in disuso e non viene più annoverato tra i

modelli valutativi. Tuttavia l'analisi patrimoniale è una componente rilevante

dell'analisi fondamentale e conserva un ruolo per nulla secondario nel processo

valutativo effettuato utilizzando altre metodologie di valutazione.

Modello reddituale

Secondo il modello reddituale, il valore di un'azienda è proporzionale alla sua capacità

di produrre redditi. In base a tale metodo, il valore dell'impresa deriva pertanto dalla

sommatoria dei valori attuali dei flussi reddituali attesi e l'analisi fondamentale si

rivela, sia per la quantificazione dei flussi attesi, sia per la scelta dei tassi, il "cuore"

della valutazione.

Una distinzione di grande rilievo è quella tra capacità in atto (cioè dimostrata per il

passato o raggiungibile nel breve termine con ragionevole probabilità) e capacità

potenziali (non ancora raggiunte ma possibili sulla base di ragionevoli assumptions)

dove un certo grado di arbitrarietà e soggettività da parte del valutatore è inevitabile.

Il modello reddituale è la classica via europea di valutazione delle aziende ma, rispetto

al passato, è ora meno utilizzato essendosi affermato il modello finanziario (DCF) di

scuola anglosassone, molto più diffuso negli ambiti professionali quali, ad esempio, le

banche d'affari. Il modello reddituale trova infatti una limitata applicazione per la

complessità delle implicazioni sul valore derivante dalla difficoltà di esprimere nelle

componenti reddituali prospettiche gli investimenti, le politiche fiscali e le politiche di

bilancio adottate dalla società. Tuttavia in ambiti particolari, come nelle transazioni

afferenti società operanti nel settore finanziario, si utilizzano metodi riconducibili alla

valorizzazione del reddito o del dividendo.

Modello misto patrimoniale-reddituale

Il modello misto patrimoniale-reddituale era un tempo indicato come il tipico metodo

di stima del valore di capitale economico.

In estrema sintesi, il modello misto è definito come somma di due addendi:

- il capitale netto rettificato, derivante dall'analisi patrimoniale;

- il goodwill (o avviamento), che potrebbe anche assumere valori negativi per aziende

in perdita, e in tal caso si parla di badwill.

Modello finanziario

Il modello finanziario, più conosciuto come metodo dei flussi di cassa attualizzati o

DCF (discounted cash flow), è molto diffuso ed è ormai il più utilizzato nella prassi.

Questo criterio si ispira al concetto generale che il valore di un'azienda è pari alla

somma dei valori attualizzati dei due seguenti addendi:

- flussi di cassa operativi (free cash flow al lordo degli interessi finanziari) che l'attività

economica sarà in grado di generare entro l'orizzonte temporale previsto dal

business plan (in genere 3-5 anni);

- valore residuo (terminal value), cioè il valore del complesso aziendale alla fine

dell'orizzonte temporale preso in considerazione, derivante dall'estrapolazione dei

risultati attesi oltre tale periodo (capitalizzazione del free cash flow).

Al valore così determinato va aggiunto, se del caso, un terzo elemento derivante dalla

stima autonoma del valore degli altri elementi patrimoniali e/o attività estranei, o non

strumentali, alla gestione caratteristica (ad esempio, titoli non quotati, immobili non

strumentali, ecc).

Il valore dell'azienda così stimato corrisponde al valore di mercato delle sue attività

nette (Enterprise value).

Al fine di pervenire al valore di mercato della società (Equity value), cioè al valore

complessivo delle azioni (o quote), all'Enterprise value così determinato deve essere

detratta la posizione finanziaria netta (Net financial position), calcolata come

differenza tra l'ammontare dei debiti finanziari e quello delle attività finanziarie liquide

(cassa, depositi bancari, titoli quotati ecc):

Equity value = Enterprise value - NFP*

(*)

NFP (Net Financial Position)

 

 

Metodo dei multipli di mercato

Il ricorso alle valutazioni relative, a mezzo dei multipli, ha registrato una grande

diffusione. Il metodo dei multipli viene spesso utilizzato anche come metodo di

"controllo" dopo aver applicato le altre tecniche di valutazione assolute.

Il metodo dei multipli di mercato è molto utilizzato nella pratica perché più

comprensibile e di più facile utilizzo (è diventata quasi una moda giornalistica: non è

inconsueto che tabelle con i multipli più disparati vengano pubblicati anche sulla

stampa non specializzata).

Ciò non toglie che alla base di questo strumento vi è una complessa metodologia, che

sottende le medesime considerazioni proprie del metodo dei flussi attualizzati.

Pertanto una sua semplicistica e disinvolta applicazione senza una ponderata analisi

delle dinamiche economico-finanziarie sottostanti può essere distorsiva del valore.

L'uso dei multipli va dunque inserito in un processo valutativo in grado di garantire:

- che sussista un nesso causale tra prezzo e parametro preso in considerazione;

- che tale nesso sia spiegabile sulla base di una formula di valutazione "assoluta";

- che il multiplo sia ragionevolmente stabile nel tempo;

- che siano identificabili gli elementi in grado di spiegare le differenze nei multipli fra imprese

comparabili (la divaricazione fra multipli di società comparabili è un fenomeno crescente).

Il metodo dei multipli viene spesso utilizzato anche per ottenere una valutazione

sintetica in prima battuta, convenzionale e puramente indicativa, quando non siano

disponibili tutte le (numerose) informazioni necessarie per l'elaborazione su basi

professionali di una stima assoluta.

Semplificando, il metodo dei multipli di mercato si fonda sull'analisi delle quotazioni

borsistiche (stock prices) o dei prezzi di transazioni comparabili (deal prices) di un

campione selezionato di società comparabili operanti nel settore di riferimento.

L'appropriata selezione del campione di società comparabili rappresenta uno dei passi

principali alla base di tale metodologia; la significatività dei risultati è strettamente

dipendente dall'omogeneità del campione. Per questi motivi, nella selezione delle

società comparabili si è soliti tener conto di vari fattori, tra i quali, il settore di

riferimento, il rischio dell'attività, la dimensione della società, la diversificazione

geografica, la redditività, l'attendibilità dei dati finanziari e l'intensità di scambio dei

titoli nel mercato azionario.

I multipli, evidenziati da tale analisi, vengono infine applicati alle grandezze

economiche e reddituali significative della società oggetto di valutazione.

Si otterrà così la stima dell'Enterprise value che andrà rettificata, come

precedentemente spiegato, con la posizione finanziaria netta alla data di riferimento

per ottenere il valore di mercato del patrimonio netto della società (Equity value).

A conclusione di questa sintetica panoramica sui metodi valutativi ci soffermiamo su

una problematica riscontrata di sovente nelle transazioni di M&A. Per la stessa società

si possono, infatti, determinare sostanziali differenze nelle valutazioni derivanti

dall'applicazione dei due metodi principalmente utilizzati: il metodo del discounted cash flow (DCF)

ed il metodo dei multipli di mercato.

Ciò accade in quanto i moltiplicatori, che esprimono una valutazione relativa e non assoluta,

incorporano le performance borsistiche di società comparabili e di

conseguenza sono variabili nel tempo, ma, essenzialmente, riportano nel valore della

società una quantificazione dei risultati economici già realizzati e di quelli

presumibilmente raggiungibili nel medio periodo in base alla stima degli analisti per il

settore di appartenenza. Un valore calcolato con il metodo del DCF che risulti

sensibilmente superiore a quello calcolato con il metodo dei multipli generalmente si

spiega perchè il business plan sottende ipotesi di un'elevata crescita dei risultati

economici nel medio e lungo periodo di difficile sostenibilità e aleatoria realizzazione, o

comunque non in linea con il sentiment del mercato.

Gli investitori finanziari che generalmente pianificano l'uscita dall'investimento con la

quotazione in Borsa della Società sono, quindi, orientati a valutare la stessa in via

assoluta utilizzando il metodo del DCF, ma ponderando con attenzione tale valore con

il risultato derivante dall'applicazione dei multipli.

Il prezzo di vendita di un'azienda può essere diverso dal suo valore?

Dal punto di vista puramente teorico, qualora tutti gli operatori interessati avessero a

disposizione tutte le informazioni necessarie (e le competenze) per stimare

correttamente i flussi di reddito e la loro volatilità, il valore di un'azienda dovrebbe

coincidere con il suo prezzo di mercato. Nella pratica però accade spesso che in un

processo di cessione di un'azienda diversi pretendenti offrano prezzi anche

sensibilmente differenti per l'acquisto della stessa attività (è un fenomeno che si

riscontra normalmente nei processi di vendita tramite asta competitiva). Come può

accadere questo?

Le spiegazioni a questa apparente contraddizione tra teoria e pratica possono essere

essenzialmente due:

- i soggetti interessati all'acquisto dell'azienda si basano su stime diverse dei flussi di

reddito e della rischiosità dell'azienda a causa della diversa base informativa e delle

diverse assunzioni utilizzate;

- i soggetti interessati all'acquisto definiscono il prezzo d'acquisto non solo sulla base

del valore dell'azienda come realtà a se stante ed indipendente (stand alone), ma

tenendo conto anche del valore di una serie di elementi correlati al processo di

acquisizione che lo possono incrementare o diminuire.

Sebbene talvolta possa effettivamente accadere che prezzi diversi dipendano da

informazioni disponibili o stime differenti sulla realtà oggetto di acquisizione, tenuto

conto delle finalità di questa guida, nel seguito si approfondiranno gli elementi e le

motivazioni che possono contribuire a giustificare un prezzo diverso dal valore

dell'azienda come realtà stand alone.

C'è un unico prezzo per ogni azienda o possono esistere prezzi diversi per la stessa società?

E quali sono le determinanti sottostanti ai diversi prezzi di vendita?

Per capire quali sono gli elementi che possono spingere potenziali acquirenti ad offrire

prezzi diversi per la stessa azienda bisogna risalire alle motivazioni sottostanti alla

volontà di acquisto.

Le motivazioni per l'acquisto possono essere diverse a seconda della tipologia

dell'acquirente. Semplificando, gli acquirenti possono essere distinti in due categorie:

- acquirente industriale (strategic buyer: tipicamente un concorrente o un'azienda

operante nella stessa filiera commerciale/produttiva);

- acquirente finanziario (financial buyer: tipicamente fondi di private equity o

holding finanziarie d'investimento).

 

Nel caso dell'acquirente industriale, in genere, le ragioni sottostanti all'acquisto

sono strettamente strategiche e legate al business oggetto di acquisizione:

- quote di mercato;

- economie di scala;

- integrazione orizzontale/verticale;

- sinergie commerciali (di canale, product mix, ecc);

- sinergie realizzabili grazie alla combinazione/integrazione di risorse complementari

tra la propria attività e quella acquisita;

- riduzione delle inefficienze.

Le motivazioni dell'acquirente finanziario sono invece strettamente legate al fattore

temporale (durata dell'investimento generalmente molto più ristretta rispetto all'ottica

dello strategic buyer) e all'obiettivo di una rapida crescita di valore che può avvenire

nei seguenti modi:

- supportando il management della società acquisita con risorse finanziarie e

competenze diversamente non disponibili;

- ottimizzando la struttura finanziaria della società;

- guidando l'azienda in un processo di ristrutturazione e/o di sviluppo;

- acquisendo in sequenza altre aziende concorrenti (strategia d'investimento buy-and- build);

- individuando la tempistica e le modalità più opportune per il disinvestimento (way out).

Le motivazioni che spingono entrambe le tipologie di acquirenti ad effettuare

l'acquisizione rappresentano gli "elementi" che fanno sì che il prezzo di vendita sia

diverso dal valore dell'azienda come realtà a se stante.

Ogni acquirente, infatti, attribuisce un determinato peso e un determinato valore, a

seconda delle proprie caratteristiche e motivazioni, ai benefici (anche intangibili) che

potrebbe ottenere con l'acquisizione: è pertanto ragionevole attendersi che ciascun

soggetto possa essere disposto a pagare un prezzo diverso per la stessa attività.

Fermo restando che generalmente l'acquirente è disposto a pagare un prezzo per il

valore attuale dell'azienda e non in base a risultati futuribili, opinabili e che comunque

possono dipendere dalle sinergie che lo stesso sarà in grado di apportare e dai propri

meriti gestionali, i potenziali acquirenti (soprattutto se in competizione tra loro) pur di

realizzare l'operazione potrebbero essere disposti a riconoscere al venditore parte dei

benefici che si attendono di ottenere grazie all'acquisto della nuova realtà.

Come viene stabilito il prezzo di vendita finale?

Il prezzo di vendita finale viene stabilito al termine del processo di vendita e in questa

sezione ci soffermeremo brevemente su quelli che sono gli elementi, dal punto di vista

del valore, che portano alla definizione di un prezzo di vendita finale.

Sulla base di quanto precedentemente esposto, è possibile affermare che nella

maggior parte dei casi il prezzo di vendita finale possa collocarsi tra il valore

dell'azienda come realtà a se stante ed il valore dato dalla somma tra valore

dell'azienda come realtà indipendente ed il valore dei benefici per l'acquirente

Valore dell'azienda
come realtà a sé stante

   

<

   
       
Prezzo di vendita
finale

   

<

   
       
Valore dell'azienda
come realtà a sé stante

   

+

   
       
Valore dei benefici
per l'acquirente

Il posizionamento del prezzo di vendita all'interno dell'intervallo sopra definito dipende

dal potere contrattuale del venditore e dell'acquirente. Maggiore è la forza contrattuale

di una delle due controparti, più il prezzo di vendita finale sarà a favore di

quest'ultima.

A volte, infatti, il venditore per una serie di ragioni ha minor potere contrattuale per

motivazioni esogene all'azienda e, in particolare:

a) motivazioni finanziarie (ovvero la necessità di dover vendere in tempi molto rapidi

la propria azienda);

b) contesto competitivo che determina una situazione di svantaggio qualora vi siano

pochi acquirenti (in tale contesto, infatti, non è possibile capitalizzare pienamente i

benefici di un'asta di vendita o di asimmetrie informative).

Diversamente, invece, il venditore può avere un elevato potere contrattuale quanto la

propria azienda sia dotata di caratteristiche esclusive (ad esempio, tecnologia,

marchio, know-how, concessione, ecc) difficilmente reperibili sul mercato o quando i

possibili acquirenti, per motivi strategici, hanno necessità di entrare in breve tempo in

un nuovo mercato o acquisire da subito una nuova tecnologia.

In definitiva, se non sussistono significative disomogeneità informative tra le parti, il

prezzo finale dipende, oltre che dal valore dell'azienda come realtà stand alone, anche

dalla porzione del maggior valore che il potenziale acquirente si attende di realizzare

in futuro e che è disposto a riconoscere al venditore. È pertanto evidente che, in sede

di trattativa, un'astuta strategia negoziale gioca un ruolo determinante e l'assistenza

di un advisor di grande esperienza può fare la differenza.

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