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La crisi finanziaria e la recessione, dopo aver frenato l’attività dell’M&A in
Italia nel 2009, ricoprono ora un ruolo primario - e per certi aspetti positivo
- nel muovere e dar forma alla ripartenza a cui si sta assistendo nel settore.
Gli ultimi mesi del 2009 e il primo trimestre del 2010 infatti dimostrano come
si stia affermando un nuovo modo di fare M&A, in cui ritornano in primo piano le
logiche industriali e le operazioni di Mergers and Acquisitions quali strumenti
strategici per superare la crisi e ridare slancio alle imprese.
«In questo periodo il mercato presenta opportunità interessanti di
consolidamento in tutti i settori dei beni di consumo» analizza Attilio
Arietti, Chairman di M&A International Inc. «Questi mercati, su tutti i beni
di consumo non primari, sono stati colpiti duramente dalla crisi: nonostante
siano già state effettuate ristrutturazioni e riorganizzazioni, emerge la
necessità di realizzare ancora delle operazioni di aggregazione per poter
ritrovare la redditività». Un bisogno di consolidamento comune ad altri
settori, in particolare l’automotive, l’entertainment e quelli delle energie
rinnovabili e della tutela dell’ambiente: «Negli ultimi anni, sia in Italia
sia in Europa, sono state numerose le iniziative imprenditoriali nell’ambito
delle energie rinnovabili; tuttavia molti di questi start-up si sono presto
trovati in difficoltà a causa della stretta creditizia e ora hanno bisogno di
risorse finanziarie per ripartire e continuare a svilupparsi».
Le imprese maggiormente coinvolte sono quelle di medie dimensioni, la cui
importanza è stata riscoperta dagli investitori finanziari e dai fondi di
private equity. Come rilevato da Arietti: «Le società italiane che operano
in nicchie di mercato, sopratutto a livello internazionale, sono spesso le più
competitive e, nonostante dimensioni relativamente ridotte, sono in molti casi
leader nei loro settori. La rilevante presenza in molti mercati mondiali di
società italiane di questo tipo, dotate di grande dinamismo e capacità
d’innovare, deve far riflettere e, come sta facendo, ricondurre l’investimento
del private equity su imprese di dimensioni minori ma dotate di capacità di
affermazione forse superiori ad altre».
La crisi delle borse del 2009 ha consentito alle imprese che avevano accesso ai
mercati obbligazionari di raccogliere molta liquidità a condizioni favorevoli;
adesso queste società si stanno muovendo sui mercati internazionali, in
particolare in USA e Asia. Peraltro per quella vastissima categoria di società
familiari italiane di dimensioni medie permangono difficoltà a ricevere
finanziamenti bancari per realizzare quelle acquisizioni sempre più necessarie
per motivi strategici.
Il private equity sta tornando attivo sui mercati dopo la profonda crisi subita
nel 2009. Tuttavia è necessario che esso inizi ad operare con una nuova
filosofia di investimento, basata meno sulla leva finanziaria e maggiormente
sulla logica industriale. «I fondi hanno dovuto riconcentrarsi sul loro
interno, sull’esame e sulla ristrutturazione dei loro portafogli, curando quelle
situazioni che erano ormai sfuggite al controllo per eccesso di leva finanziaria
e calo della performance a livello di conto economico e di cash flow»,
spiega Attilio Arietti. «Dovrà però attuarsi un fenomeno di ripensamento
collettivo del settore: penso che oggi tutti abbiano capito che le operazioni
non si possono più fare con logiche meramente finanziarie. Questo ci riporta per
certi versi indietro di vent’anni, ai primi tempi del private equity, quando le
banche italiane erano ben poco disponibili a fornire grandi quantitativi di leva
finanziaria per le operazioni di acquisizione. Come a quei tempi, i fondi devono
recepire e adattarsi al nuovo modo di fare M&A, meno basato sulla finanza e più
focalizzato sulla strategia: è così che si deve operare se si vuole creare
valore in maniera stabile».
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