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Ormai da qualche tempo, e senza particolare enfasi mediatica, la Cina continua
ad acquistare il debito pubblico dei paesi fragili dell'euro e ne riduce il
rischio di default.
Investendo riserve valutarie in Europa, l'impero di mezzo riduce le pressioni
sui titoli di Stato, favorisce l'abbassamento dei tassi di interesse dei paesi
in difficoltà, alleggerisce i vincoli sul bilancio pubblico e rende meno
stringenti misure deflattive che, per quanto necessarie, frenano la crescita del
vecchio continente.
Dunque, di fatto, redistribuisce crescita economica dall'estremo oriente
all'Europa .
Ma non a caso sorge una domanda : si tratta di un passo avanti positivo nel
coordinamento globale, o piuttosto di una rapida scalata da parte dell'economia
attualmente più performante, ai paese del vecchio mondo?
Non v'è dubbio che questo processo possa essere di reciproco vantaggio. Il
commercio bilaterale tra Europa e Cina vale oltre 450 miliardi di dollari. Il
vecchio continente è principale mercato di destinazione delle merci cinesi. Per
quanto la crescita in Germania e Francia abbia ottimo vigore, la stabilizzazione
dell'Europa dipenderà da quanto le economie più fragili riusciranno ad innescare
rapidamente un processo di crescita. Utilizzare risorse pubbliche per progetti
di investimento o politiche di sostegno dei redditi e della domanda, senz'altro
favorisce la crescita e rende politicamente più sostenibile il rigore fiscale.
La riluttanza tedesca alla costruzione del fondo di stabilizzazione europeo
dimostra come il debito pubblico dei singoli stati dell'euro abbia ben precisi
confini nazionali. Ma gli squilibri economici non possono essere ribilanciati
completamente nell'ambito dell'area dell'Euro. Dunque, anche se il Fondo di
stabilizzazione è un'essenziale cassa di compensazione, ciascun paese va sul
mercato per conto proprio.
Da questo punto di vista il rapporto tra Cina ed Europa ha ben poco a che vedere
con quanto sta succedendo in Africa. Qui la Cina ha completamente sparigliato le
carte della cooperazione allo sviluppo. Finanziando paesi e progetti di cui
l'Occidente non voleva e non poteva farsi carico, di fatto ha scardinato il
meccanismo di condizionalità che fino a quel momento aveva guidato la politica
di aiuto allo sviluppo Usa-oriented: ti aiuto se adotti politiche di rigore
macroeconomico e orientate al mercato. La Cina in Africa non chiede condizioni,
ma in cambio ha accesso a risorse naturali, sviluppa nuovi mercati e favorisce
l'espansionismo globale delle proprie imprese.
Ora, è difficile pensare che il supporto cinese alle politiche di
stabilizzazione europee possa di fatto determinare una corruzione ed una
diluzione del rigore fiscale. Al contrario, come detto sopra, rende tali
politiche più credibili, smorzando il trade-off tra rigore e crescita.
Ed anche le implicazioni mercantilistiche del sostegno cinese non sono molto
preoccupanti. Questo sospetto è stato alimentato dalla richiesta della Cina
all'ultimo vertice con l'Unione Europea, di ottenere lo status di economia di
mercato nell'ambito della Wto. Di fatto, questo passaggio renderebbe più
difficile introdurre misure anti-dumping contro le importazioni cinesi. E dato
che questo è il principale strumento di protezione utilizzato nei confronti
della Cina, le economie occidentali sono riluttanti a fare questo passo prima
della scadenza prevista del 2016.
In realtà, la dimensione del mercato europeo è tale che ogni punto di crescita
in più avrebbe un impatto ben maggiore di un qualunque allentamento delle
barriere alle esportazioni cinesi. Sarebbe assai miope per il gigante asiatico
scambiare l'uno per l'altro e dunque condizionare l'acquisto di titoli al
riconoscimento dello status di economia di mercato. Insomma, la Cina è vicina e
in questo caso a vantaggio di tutti. Un passo avanti nell'integrazione virtuosa
delle politiche economiche globali.
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