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Crisi

FMI : chi tocca le riserve dei DSP…muore

by Sipolino Fabio 8. luglio 2015 08:31

Chi tocca le riserve “muore”. E’ indubbio. Tutti ricorderanno il caso di Dominique Strauss Kahn quando era presidente del FMI. Prosciolto da accuse infondate e montate ad arte. Ma perchè ? Perchè aveva rimesso in discussione le quote di partecipazione ai Diritti Speciali di Prelievo del FMI che vengono riviste ogni 5 anni. Infatti nel 2010 c’era la scadenza quinquennale e Strauss Kahn aprì le porte alla Cina che sarebbe divenuta la terza potenza di voto nel board del FMI ,finora esclusa con i paesi del BRICS. Sarebbe, d’obbligo il condizionale perchè nei fatti la proposta di Strauss Kahn fu respinta ed è fallita anche la proposta al G20 presieduto dalla Turchia. Il cambio di presidenza del G20 ci sarà a Novembre e sarà proprio la Cina a presiederlo. In sostanza la Cina chiede che le riserve dei DSP vengano considerati come moneta per gli scambi mondiali ridimensionando le quote degli Stati Uniti nel FMI perchè essendosi ridotta la riserva in dollari del 60-70% nelle banche internazionali, non ha alcun senso che gli USA mantengano la quota di portafoglio ( e di voto) nel FMI al 42%. Che Pechino stia ormai elaborando da tempo una strategia di uscita dalla dipendenza dal dollaro è noto (dal 2005 lo yuan renmimbi è ancorato ad un paniere di monete e non più alla sola divisa Usa), ma è una novità che la Cina abbia indicato con estrema chiarezza le linee di riforma dell’ordine monetario internazionale che proporrà in sede internazionale, dichiarando di puntare alla costituzione di una moneta mondiale svincolata dalla sovranità statale e affidata interamente al controllo del Fondo Monetario Internazionale (IMF), opportunamente rinnovato e potenziato. La Cina è stanca della carta straccia americana .Nel 2009, Zhou Xiaochuan, governatore della Banca di Cina, faceva appello a cambiare il sistema di riserva globale; le fluttuazioni violente del dollaro richiedevano garanzie di maggiore stabilità e fiducia nell’economia mondiale. In breve, la Cina contestava la sopportazione dei costi della crisi avviata dal mercato azionario di New York. Nella stessa prospettiva, l’agenzia Xinhua lanciava una pubblicazione controversa, nell’ottobre 2013 sulla de-americanizzazione del mondo: l’indebitamento irresponsabile da parte del governo di Barack Obama aumentava gli “squilibri strutturali” quindi rivelando l’urgente necessità di diminuire potere e influenza degli USA .Nel marzo 2015, Li Keqiang, Premier della Cina, ha chiesto al Fondo monetario internazionale (FMI) di discutere l’adesione dello yuan ai diritti speciali di prelievo (DSP). I DSP sono attività di riserva internazionali create negli anni ’60 dal FMI per integrare le riserve delle banche centrali e sostenere il sistema dei cambi fissi stabilito nel 1944. Inizialmente, i DSP furono definiti in relazione a un valore equivalente a 0,888 grammi di oro. Tuttavia, una volta che il presidente statunitense Richard Nixon pose fine a Bretton Woods nei primi anni ’70, i DSP sono definiti sulla base di un paniere di valute. In pratica, i membri del FMI comprano DSP per far fronte ai propri obblighi. In altri casi, sono venduti per regolare la composizione delle riserve internazionali. In questo contesto, il FMI agisce da intermediario tra membri e titolari di DSP per assicurare “l’uso libero” delle valute negli scambi. Ogni cinque anni la revisione dei DSP da parte del FMI, in teoria, valuta l’importanza delle valute nei sistemi finanziari e commerciali globali. Tuttavia e nonostante la crescente importanza dei Paesi emergenti nell’economia mondiale, la composizione dei DSP è rimasta immutata: il dollaro detiene il 42% del portafoglio, seguito dall’euro con il 37,4%, la sterlina con l’11,3% e infine lo yen giapponese con il 9,4 per cento. Com’è possibile che, nonostante il calo del dollaro del 70-60% nella composizione delle riserve delle banche centrali negli ultimi 15 anni, non siano cambiate minimamente le quote di potere degli Stati Uniti nel FMI? Chiaramente tale sproporzione scontenta i leader cinesi che sostengono che la leadership della Cina nell’economia globale meriti maggior peso nel processo decisionale del FMI, e l’integrazione dello yuan ai DSP.

Qui si evince tutto il PARADOSSO DI TRIFFIN che indica che se una moneta è utilizzata internazionalmente come valuta di riserva, questa può causare dei conflitti di interesse tra gli obiettivi interni a breve termine e gli obiettivi internazionali a lungo termine (come sarebbe avvenuto nel caso del cosiddetto Petrodollaro).

La teoria venne elaborata dall’economista belga-statunitense Robert Triffin nel 1960, ed evidenzia che se una nazione desidera mantenere la propria moneta come valuta di riserva mondiale, questa dovrà essere disposta a fornire alle altre nazioni un apporto supplementare di moneta per soddisfare la loro domanda di valuta di riserva, causando quindi un deficit della bilancia dei pagamenti, in particolare in conto corrente (che registra le transazioni internazionali in merci e servizi, redditi e trasferimenti, che non rappresentino un’attività finanziaria, come ad esempio per le materie prime).

Per esempio nel caso del Dollaro si verifica una situazione in cui alcuni obiettivi richiedono un flusso globale di dollari fuori dagli Stati Uniti, mentre altri richiedono un flusso globale di dollari negli Stati Uniti.

 

 

Il paese che emette moneta internazionale deve quindi accettare crescenti disavanzi delle partite correnti al fine di soddisfare la domanda mondiale di valuta di riserva, ma nello stesso tempo i crescenti deficit indeboliscono la fiducia nella solidità della moneta nazionale usata come riserva standard internazionale.

I paesi che debbono usarla, come ad esempio quelli con scarse risorse naturali, eserciteranno una forte domanda di valuta di riserva per poter pagare le transazioni con i paesi venditori di risorse. Questi ultimi investiranno in azioni e titoli di stato del paese emettitore, quindi i dollari emessi non si presentano al cambio condizionando il valore del dollaro sulle altre monete. Il dilemma di Triffin è usato per articolare i problemi con il ruolo del dollaro come valuta di riserva sotto il sistema di Bretton Woods, e più in generale vale con qualsiasi moneta nazionale utilizzata come valuta di riserva internazionale, fenomeno definito dollarizzazione.

Attualmente il dollaro resta la principale valuta di riserva. Secondo l’economista Paul Samuelson, la richiesta di dollari all’estero permette agli Stati Uniti di mantenere un deficit commerciale persistente senza avere un deprezzamento della valuta o un riaggiustamento dei flussi commerciali, infatti il dollaro non si è svalutato nella misura prevista. Il tasso di cambio con le altre monete è poco sensibile a questo deficit della bilancia commerciale se commisurato a quanto ammonta il saldo esportazioni-importazioni. I CINESI SONO STANCHI DELLA CARTA STRACCIA AMERICANA e con essi tutti i paesi dei BRICS e stanno tentando di de-dollarizzare il mondo. La strategia di ingresso nel FMI potrebeb anche passare per la Grecia? A maggio la Grecia ha pagato i debiti del FMI con le riserve di cassa detenute in DSP facendo venir meno la quota €uro ed entro giugno dovrà reintegrarle. Se fosse la Russia a passargli i soldi per reintegrare i DSP in che valuta verrebbero contabilizzati all’interno del FMI ? in Rubli, Euro, Dollari o Renimbi? Sta per finire la cuccagna americana ? vedremo cosa succederà a a fine giugno con la Grecia e novembre con la proposta cinese perchè… ” chi tocca le riserve , muore ” .

 

https://noisovraniblog.wordpress.com/2015/06/22/fmi-chi-tocca-le-riserve-dei-dsp-muore/

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Crisi

Sovraindebitamento

by Sipolino Fabio 8. luglio 2015 08:00

Debiti e fallimento del privato: applicazioni della procedura da sovraindebitamento

Non solo per debiti con Equitalia; il fallimento del consumatore privati può sfruttare le somme derivanti dall’esecuzione di un piano di concordato preventivo precedentemente omologato. La procedura da sovraindebitamento – meglio nota come “fallimento del consumatore” – può essere utilizzata non solo per estinguere debiti con Equitalia, ma per ogni altro tipo di passività, anche un concordato preventivo. Ma andiamo con ordine.

La legge del 2012 consente a tutti i soggetti che non possono fallire di purgarsi dei propri debiti presentato un piano di “rientro” in tribunale e, attraverso la supervisione di organismi di gestione della crisi, pagare in percentuali i propri creditori. Questi ultimi, sebbene riceveranno somme inferiori rispetto a quelle a cui, altrimenti, avrebbero diritto, potranno tuttavia contare su un pagamento certo da parte di un soggetto che, altrimenti, difficilmente riuscirebbe a coprire l’intera esposizione debitoria.

Interessante la recente sentenza del Tribunale di Busto Arsizio, che ha consentito il ricorso al fallimento del consumatore, e alla relativa esdebitazione, anche in presenza di un solo creditore, Equitalia nella fattispecie. Così il contribuente che abbia accumulato un eccesso di cartelle esattoriali non pagate, potrà evitare il pignoramento della casa o dello stipendio ricorrendo a tale procedura.

Di recente, poi, il Tribunale di Pistoia ha stabilito che il piano di pagamento dei creditori, presentato al giudice nell’ambito della suddetta procedura di composizione della crisi da sovraindebitamento, può anche prevedere che una consistente parte dell’attivo derivi dall’esecuzione di un piano di concordato preventivo, già omologato, di un’altra azienda. Fondamentale è apparsa l’attestazione di fattibilità dell’organismo di composizione della crisi proprio sotto l’aspetto della dichiarata attendibilità e fattibilità di realizzazione nell’ambito della procedura concordataria del surplus necessario alla procedura di composizione della crisi. Ricordiamo, comunque, che va revocata l’omologazione del piano del consumatore nel caso in cui risulti la natura non incolpevole del sovraindebitamento. È quanto risulta da un’ulteriore pronuncia del Tribunale di Pistoia. Nella specie, per un errore di fatto nel calcolo del reddito familiare complessivo non era stato valutato che la stipulazione di un nuovo contratto di finanziamento per far fronte alle crescenti difficoltà economiche della famiglia era avvenuta senza la ragionevole prospettiva di poter adempiere le obbligazioni conseguenti). Viceversa, è omologabile il piano del consumatore redatto con l’ausilio dell’organismo di composizione della crisi, quando risultino la non colpevolezza del sovraindebitamento, la fattibilità e sostenibilità del piano, nonché la sua convenienza per i creditori, sia rispetto all’alternativa liquidatoria sia in relazione alla durata (nella specie, si trattava di graduale sovraindebitamento generato da contratti di finanziamento stipulati per far fronte a spese correnti necessarie per la vita quotidiana, a spese mediche, al sostegno a familiare in difficoltà).

 

 

http://business.laleggepertutti.it/4918_debiti-e-fallimento-del-privato-applicazioni-della-procedura-da-sovraindebitamento

 

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Crisi

Greece can join BRICS

by Sipolino Fabio 8. luglio 2015 07:52

Greece can join the BRICS if its economy starts growing fast, the head the Russian Chamber of Commerce and Industry, Sergei Katyrin, said on Tuesday, adding that the Greeks’ desire to join in was an important factor.

 

The world’s four main emerging economic powers, known by the acronym BRIC, standing for Brazil, Russia, India and China, now refer to themselves as BRICS after South Africa joined the four on December 24, 2010.

 

According to the EU's statistics office, Eurostat, Greece's economy exited recession from the first quarter of 2014, recording a feeble 0.8 percent growth to reach 179 billion euros in the first such uptick in five years.

Meanwhile, the country's sovereign debt stands at a whopping 300 billion.

Greek Prime Minister Alexis Tsipras has called for the country’s creditors — a group that includes the European Central Bank, other European Union countries and the International Monetary Fund — to line up further financial support and to forgive about one-third of the nation’s debt.

The creditors are ready to help out but they demand the implementation of a string of hard-hitting austerity measures in exchange for rescue money.

The Greek government then put the matter to a nationwide referendum, but more than 61 percent of those who voted on Sunday said a resounding “no” to  the creditors’ demands for more austerity to keep aid flowing.



Read more: http://sputniknews.com/europe/20150707/1024309291.html#ixzz3fIPJyFAp

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Crisi

JUNCKER AMMETTE: ”NELL’EUROZONA DISOCCUPAZIONE E POVERTA’ PEGGIO DELLA GRECIA”

by Sipolino Fabio 8. luglio 2015 07:49

Ci sono disoccupazione, livelli di poverta’ e ”salari anche piu’ bassi che in Grecia” in tanti altri paesi dell’Eurozona, ”quindi non dobbiamo seguire la demagogia”. Lo dice Jean Claude Juncker alla plenaria del Parlamento europeo a Strasburgo, assicurando che ”facciamo tutto il possibile per i cittadini greci” e sottolineando che la Commissione fa gli interessi di tutta l’Eurozona. Senza rendersene conto, Juncker ammette che la zona euro è devastata e martirizzata dalla valuta unica europea, un cancro che sta per ucciderla.

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Crisi

Salvatore Tamburro: si scrive CRISI ..... si legge TRUFFA

by Sipolino Fabio 27. giugno 2014 08:26

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Paolo Franceschetti: La crisi economica

by Sipolino Fabio 25. novembre 2011 08:07

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Crisi | General

I beni rifugio? Sono troppo cari. Allora dove investire durante la tempesta? L'idea del materasso

by Sipolino Fabio 20. settembre 2011 10:00

I beni rifugio? Sono troppo cari. Allora dove investire durante la tempesta? L'idea del materasso

 

Le diatribe europee nel cercare una soluzione conciliante sui debiti dell'Eurozona (che metta da parte gli interessi "privati" dei singoli Paesi a beneficio della "sfera pubblica europea") sono un macigno che pesa sull'andamento dei mercati azionari, impennando i rendimenti dei titoli obbligazionari (segui lo spread BTp-Bund) della cosiddetta area periferica, alimentando una tensione finanziaria a cascata. Dopo una settimana di recupero le Borse inaugurano la prima settimana dell'autunno 2011 in ribasso. Il motivo? Lo stesso che ha dato il là alla tempesta perfetta d'estate: l'irrisolta crisi greca e i timori di conseguenze a catena su Italia, Spagna e compagnia bella.

Se le Borse e il mercato obbligazionario dei Paesi a medio-basso rating sono un terreno che scotta di questi tempi è il caso di dare una sbirciatina all'andamento dei beni rifugio per eccellenza, dove (magari) attraccare in questa fase ad altissima volatilità per chi ha appetito per il rischio.

Ma questa pazza pazza crisi (che tecnicamente non si è mai arrestata da quando nel marzo 2007 si sono intraviste le prime avvisaglie sui derivati subprime) ha rimescolato le carte anche sugli investimenti rifugio. Sembra giusto chiedersi se oro, franco svizzero, yen e bond governativi ad alto rating possano mantenere, dopo lo scombussolamento dei mercati finanziari, lo status di beni rifugio. Lo abbiamo chiesto a Nicolò Nunziata, strategist di J&C Associati che così fa il punto su quelli che fino a poco tempo fa erano considerati dei porti sicuri dove parcheggiare la liquidità nelle fasi di tempesta, a tutte le latitudini.

Nunziata, cominciamo dal franco svizzero, considerato la valuta rifugio europea. Prima che la Banca centrale svizzera non bloccasse il cambio con l'euro a 1,2......
«Negli ultimi 24 mesi è stato il "bene rifugio" per eccellenza, anche più dell'oro. Con il cambio euro-franco vicino all'unità, l'economia svizzera corre un serio rischio di stagnazione, nonostante fondamentali economici fino a questo momento virtuosi. La Banca centrale svizzera con uno statement unilaterale, ha "avvertito" il mercato che userà tutti gli strumenti a sua disposizione per tenere il cambio sopra 1,2 contro euro.

Per quanto teoricamente una banca centrale non possa nulla contro il mercato, soprattutto se di una Paese di piccole dimensioni come la Svizzera, nondimeno il mercato ha "scoperto" che il franco era sopravvalutato perché sopra certi livelli avrebbe irrimediabilmente penalizzato l'economia, sia sul fronte industriale che del turismo. Un eventuale peggioramento dei fondamentali della Svizzera, non giustificherebbe più l'investimento nella valuta».

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