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Pochi sanno che la de-dollarizzazione era un’idea geniale di Maurice Allais

by Sipolino Fabio 8. luglio 2015 13:07

Tra le molteplici verità che non sono mai affrontate troviamo il fondamento reale dell’attuale crisi: l’Organizzazione del Commercio Mondiale, che bisogna riformare profondamente, unitamente all’altra grande riforma ugualmente indispensabile che sarà quella del sistema bancario.

I grandi dirigenti del pianeta mostrano una volta di più la loro ignoranza dell’economia che li porta a confondere due tipi di protezionismo: ne esistono certuni nefasti, così come degli altri interamente giustificabili. Nella prima categoria si trova il protezionismo tra paesi a salari comparabili, che non è sostenibile in generale. Al contrario, il protezionismo tra paesi con livelli di vita molto differenti è non solamente giustificato, ma assolutamente necessario. È il caso particolare della Cina, con la quale è stato folle aver soppresso le protezioni doganali alle frontiere. Ma è vero anche con paesi più vicini, in seno alla stessa Europa.

Basterà al lettore interrogarsi sul modo di combattere i costi di fabbricazione cinque o dieci volte minori – se non con degli scarti ancor più evidenti – per constatare che la concorrenza non è conveniente nella grande maggioranza dei casi. Particolarmente a fronte di concorrenti indiani o soprattutto cinesi che, oltre i loro bassissimo costi di manodopera, sono estremamente competenti e intraprendenti.

Bisogna delocalizzare Pascal Lamy!

La mia analisi parte dalla considerazione che la disoccupazione è dovuta a questa liberalizzazione totale del commercio, e la via presa dal G20 mi pare di conseguenza dannosa. Si rileva un fattore di aggravamento della situazione sociale. A questo titolo, costituisce una sciocchezza maggiore, a partire d’un controsenso incredibile. Come il fatto d’attribuire la crisi del 1929 a delle cause protezioniste costituisce un controsenso storico. La sua origine credibile si trovava già nello sviluppo sconsiderato del credito durante gli anni che l’hanno preceduta. Al contrario, le misure protezioniste che sono state prese, dopo l’arrivo della crisi, hanno certamente contribuito a poterla controllare meglio.

Gli scambi, contrariamente a ciò che pensa Pascal Lamy,direttore generale del WTO, non devono essere considerati come un obiettivo in sé, non sono che un mezzo. Quest’uomo, che è stato commissario europeo al commercio in quel di Bruxelles, non capisce nulla di nulla, ahimé!

Di fronte a questi intestardimenti suicidi, la mia proposta è la seguente: bisogna urgentemente delocalizzare Pascal Lamy, uno dei fattori più alti di disoccupazione!

Più concretamente, le regole da dispiegare sono d’una semplicità folle: la disoccupazione risulta una delocalizzazione ella stessa, dovuta alla troppo grande differenza tra i salari… a partire da questa constatazione, quello che bisogna intraprendere diventa talmente evidente! È indispensabile ristabilire una legittima protezione.

Da più di dieci anni, ho proposto di ricreare degli insiemi regionali più omogenei, unificanti diversi paesi simili per reddito e condizioni sociali. Ciascuna di queste “organizzazioni regionali” saranno autorizzate a proteggersi di maniera ragionevole contro le differenze di costi di produzione, assicurando dei vantaggi indotti a certi paesi concorrenti, mantenendo simultaneamente all’interno, nel seno della sua zona, le condizioni d’una sana e reale concorrenza tra i membri associati.

La mia posizione e il sistema che preconizzo non costituiranno un attacco ai paesi in via di sviluppo. Attualmente le grandi imprese li utilizzano per i loro bassi costi, ma se ne andranno se i salari aumenteranno troppo.

Questi paesi hanno interesse ad adottare il mio principio e ad unirsi ai loro vicini dotati di livelli di vita simili, per sviluppare insieme un mercato interno sufficientemente vasto da sostenere le loro produzioni, ma sufficientemente equilibrato altresì perché la concorrenza interna non si basi unicamente sul mantenimento dei bassi salari. Ciò potrebbe contemplare ad esempio diversi paesi dell’est dell’Unione Europea, che sono stati integrati senza riflessioni né scadenze preventive sufficienti, ma anche quelli dell’Africa o dell’America Latina.

( questi Paesi formeranno i futuri BRICS / ndr )

L’assenza d’una tale protezione porterà alla distruzione di tutte le attività di ogni paese avente stipendi più elevati, cioè di tutte le industrie dell’Europa dell’Ovest e quelle dei paesi sviluppati. Perché è evidente che con il punto di vista dogmatico del G20, tutta l’industria finirà per espatriare. Mi sembra scandaloso che delle imprese chiudano dei siti redditizi o licenzino, mentre ne aprono altri in delle zone a costi minori, come è stato il caso nel settore automobilistico. Se alcun limite è posto, quello che succederà può da ora in poi essere già annunciato : un aumento della distruzione d’imprese, una crescita drammatica della disoccupazione non solamente nell’industria, ma anche nell’agricoltura e servizi.

La disoccupazione che subiamo risulta precisamente da questa liberazione sconsiderata del commercio su scala mondiale, senza preoccuparsi del livello di vita raggiunto. Quello che si è prodotto è quindi qualcosa di più e diverso da una “bolla”, è piuttosto un fenomeno di fondo, come lo è stato la liberalizzazione degli scambi, e la posizione di Pascal Lamy costituisce una posizione di fondo.

Crisi e mondializzazione sono legati

Crisi monetaria e mondializzazione: le due cose sono collegate.

Regolare solamente il problema monetario non sarà sufficiente, né regolerebbe il punto essenziale che è la liberalizzazione nociva degli scambi internazionali.

Per quanto mi concerne, ho combattuto la delocalizzazione nelle mie ultime pubblicazioni . I sei fondatori del mercato comune europeo avevano previsto delle scadenze di molti anni prima di liberalizzare gli scambi con i nuovi membri accolti nel 1986, successivamente abbiamo invece aperto l’Europa senza alcuna precauzione e senza lasciare delle protezioni esteriori di fronte alla concorrenza di paesi dotati di costi salariali cosi deboli che difendersene diventava illusorio. Certuni nostri dirigenti dopo tutto ciò si stupiscono delle conseguenze!

Se il lettore voleva riprendere le mie analisi della disoccupazione, come le ho pubblicate nei due decenni trascorsi, constaterebbe che gli avvenimenti che viviamo vi erano stati non solo annunciati ma descritti in dettaglio. Pertanto, non ne hanno beneficiato che per una eco di più in più debole e limitata nella grande stampa. Questo silenzio conduce a interrogarsi.

Da due decenni, è stata imposta a poco a poco una nuova dottrina, quella del libero scambio mondiale, che prevede l’eliminazione di qualsiasi ostacolo ai liberi movimenti di merci, servizi e capitali.
Seguendo questa dottrina, la scomparsa di qualsiasi ostacolo a questi movimenti sarebbe una condizione necessaria e sufficiente per un utilizzo ottimale delle risorse su scala mondiale.
I seguaci di questa dottrina, di questo nuovo integralismo, erano diventati tanto dogmatici quanto lo erano i comunisti prima del crollo del comunismo definitivo con la caduta del muro di Berlino nel 1989. Infatti per questi ultimi la dottrina di libero scambio mondiale doveva imporsi a tutti i Paesi e, qualsiasi difficoltà si fosse presentata, sarebbe stata considerata temporanea e transitoria.
Tutti i Paesi in via di sviluppo dovevano necessariamente aprirsi al Mondo esterno: a testimonianza di questo veniva portato costantemente come esempio la crescita rapidissima dei Paesi emergenti del Sud est asiatico, dove era presente un polo di crescita maggiore per tutti i paesi occidentali.
Per i paesi sviluppati, l’abolizione di tutte le barriere e i dazi era una condizione necessaria per la propria crescita, come dimostravano in modo evidente i successi delle “tigri asiatiche”, e veniva anche detto che L’Occidente non avrebbe dovuto che seguire il loro esempio per ottenere una crescita senza precedenti e l’annullamento della disoccupazione. Soprattutto la Russia, i paesi comunisti dell’Est, i Paesi asiatici e la Cina in prima fila, rappresentavano i maggiori poli di crescita, capaci di offrire all’Occidente possibilità di sviluppo e ricchezza senza precedenti.
Tale era in buona sostanza la dottrina di portata universale che era stata imposta al Mondo ed era stata considerata, all’alba del XIX secolo, il pilastro per una nuova epoca d’oro. E’ stata il CREDO indiscusso di tutte le grandi organizzazioni internazionali degli ultimi due decenni: la Banca Mondiale, il Fondo Monetario Internazionale, l’Organizzazione Mondiale del Commercio, l’Organizzazione di Cooperazione e Sviluppo Economico o l’Organizzazione di Bruxelles.
Tutte queste certezze sono state spazzate via dalla profonda crisi sviluppatasi dal 1997 nel Sud Est asiatico,  successivamente nell’America Latina per culminare in Russia nell’agosto 1998 e infine interessare le istituzioni
bancarie e le borse americane ed europee nel settembre del 1998. Questa crisi ha provocato ovunque, soprattutto in Asia e in Russia, estesa disoccupazione e gravi difficoltà sociali. Ovunque il credo della dottrina del libero scambio mondiale sono stati rimessi in discussione. Sono due i fattori più rilevanti di questa crisi mondiale, la più importante dopo quella del 1929:
• L’instabilità potenziale del sistema finanziario e monetario mondiale
• La mondializzazione dell’economia sul piano monetario e su quello reale [19].

E così quello che doveva succedere è successo. L’economia mondiale, sprovvista di ogni sistema reale di regolamentazione e sviluppata in un quadro anarchico, non poteva che arrivare, presto o tardi, ad una situazione di grandi difficoltà. La dottrina in voga aveva ignorato totalmente un dato essenziale: una liberalizzazione totale degli scambi e dei movimenti di capitale non era possibile; era auspicabile solo in un quadro di insieme generale che raggruppasse paesi economicamente e politicamente associati e paragonabili tra di loro in termini di sviluppo economico e sociale.

Una riforma del sistema monetario internazionale è assolutamente necessaria.
Implicherà in particolare:
• L’abbandono totale del sistema dei cambi fluttuanti e il suo rimpiazzo attraverso un sistema di tassi di cambio fissi, ma     eventualmente rivedibili
• tassi di cambio assicuranti un equilibrio effettivo dei bilanci di pagamento
• L’interdizione di tutte le svalutazioni competitive
• L’abbandono totale del dollaro come moneta di conto, come moneta di cambio e come moneta di riserva sul piano internazionale
• La fusione in uno stesso organismo dell’Organizzazione Mondiale del Commercio e del Fondo Monetario Internazionale
• La creazioni di organizzazioni regionali
• L’impossibilità per le grandi banche di speculare per proprio conto sui cambi, le azioni e i prodotti derivati
• infine, l’istituzione progressiva di un’unità di conto comune sul piano internazionale, attraverso un sistema appropriato di indicizzazione.

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La Crisi Mondiale dei nostri giorni (Maurice Allais)

by Sipolino Fabio 1. settembre 2012 02:19

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