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Basilea II
Basilea
II,
chiamato anche Nuovo
Accordo di Basilea
è un documento che definisce, a livello internazionale, i
requisiti patrimoniali delle banche in relazione ai rischi assunti
dalla stessa. Questi sono di tre tipi, ovvero, di credito, di mercato
e operativi. Il "Nuovo Accordo" introduce nuove e più
sofisticate metodologie di valutazione degli stessi, al fine del
calcolo del relativo requisito patrimoniale.
Secondo Basilea II
le banche dei paesi aderenti dovranno classificare i propri clienti
in base alla loro rischiosità, attraverso procedure di rating.
Dovranno, successivamente, accantonare delle quote di capitale
definite in base al livello di rischio dei rapporti di credito
accordati per tutelarsi dai rischi assunti.
Autore dell'accordo è
il Comitato di Basilea, istituito dai governatori delle Banche
centrali dei dieci paesi più industrializzati del mondo, il
cosiddetto G10.
Motivazioni storiche
dell'accordo
A partire dagli anni
'90 numerosi istituti di credito hanno sofferto degli effetti di una
gestione poco prudente del credito: questo ha reso evidente che
esistevano alcune pesanti tare all'interno del quadro normativo
grazie a cui le banche valutavano i rischi delle aziende cui
accettavano di aprire un credito. Era, in altri termini, diventato
obsoleto il modo di valutare se l'impresa che chiedeva un credito
sarebbe stata in grado di ripagarlo, entro quanto e quanto reddito
avrebbe generato. L'accordo esistente sull'argomento, il Basilea I
risultò incentrato su una visione semplificata dell'attività
bancaria e della rischiosità delle aziende.
Inizialmente, la
principale preoccupazione dei partecipanti al Gruppo Basilea II fu la
salvaguardia della stabilità del settore bancario, perno
attorno al quale ruotano le economie mondiali: la logica del nuovo
accordo ruota intorno all'idea che le banche non debbano assumere
rischi eccessivi e debbano tutelarsi da quelli che si prendono.
Basilea II ha come
intento manifesto quello di assicurare una stabilità al
sistema bancario, stabilità in funzione del sistema economico
che oggi ha continua necessità di capitali per investire in
ricerca e sviluppo. Ha inoltre lo scopo di generare un legame del
tutto diverso tra banca e impresa, fondato su fiducia reciproca,
informazioni reali, da aggiornarsi continuamente, vincolate alla
effettiva capacità di produrre reddito in prospettiva di una
crescita futura e non solo dei, purtroppo assai frequenti, obiettivi
a breve termine.
L'atteggiamento che le
banche dovranno adottare va in direzione di una maggiore
responsabilità, sia nei confronti delle aziende, sia nei
confronti dei risparmiatori. Il sistema economico italiano, in
particolare, ha bisogno di una maggiore intersezione tra banche,
imprese e risparmiatori per dischiudere molte potenzialità.
I principi cardine di
Basilea II
Nodo fondamentale del
problema risultò essere che l'accordo Basilea I valutava le
aziende in base a requisiti molto semplificati: da quanto tempo
esisteva un certa ditta, che patrimonio possedeva, quale ragione
sociale. In una parola Basilea I si limitava a prendere atto della
"storia" patrimoniale di una ditta, e della capacità
attuale di rimborso della stessa, senza avere la possibilità
di valutare se, quanto e in quanto tempo la ditta avrebbe generato
reddito. Questo induceva un notevole immobilismo e penalizzava
fortemente tutta una serie di settori e di investimenti, primi fra
tutti quelli sull'innovazione e sulla ricerca.
Era quindi necessario
elaborare una struttura di analisi molto più sofisticata per
potere comprendere la realtà del mercato, che negli anni era
notevolmente cambiata. Inoltre le banche si resero conto che il loro
ruolo di semplici prestatori andava evoluto in un ruolo di maggior
responsabilità, cooperazione e integrazione tra impresa e
istituto di credito, se si desiderava che il mercato non stagnasse,
ma continuasse a crescere in modo realmente produttivo.
Gli accordi hanno
elevato la riserva frazionaria delle banche all'8% e fissato il
coefficiente di salvaguardia sempre all'8%. Le sofferenze (ossia
crediti inesigibili) delle maggiori banche italiane sono al di sopra
della media europea che è dell'1.1%. Gli accordi di Basilea II
hanno fissato il coefficiente di solvibilità all'8%. Tale
coefficiente fissa l'ammontare minimo di capitale che le banche
devono possedere in rapporto al complesso delle attività
ponderate in base al loro rischio creditizio. In altri termini è
una frazione il cui numeratore è dato dall'ammontare di
patrimonio di cui dispone una banca ed il denominatore dall'ammontare
delle attività ponderate per classi di rischio. Se si
considera invece il rapporto tra attivo ponderato e patrimonio di
vigilanza il valore richiesto dagli accordi di Basilea II sale a
12,5%.
La normativa consiste
in tre pilastri:
Requisiti minimi
patrimoniali
Controllo prudenziale
interno delle banche
Informativa da rendere
al pubblico
I requisiti minimi
patrimoniali devono coprire le perdite inattese dovute a tre rischi:
Con la collaborazione
degli operatori di settore, il Basel Comittee ha individuato i
principali fattori di rischio operativo:
frode interna -
esempi: alterazione intenzionale di dati, sottrazione di beni e
valori, operazioni in proprio basate su informazioni riservate;
frode esterna -
esempi: furto, contraffazione, falsificazione, emissione di assegni
a vuoto, pirateria informatica;
rapporto di impiego e
sicurezza sul posto di lavoro - esempi: risarcimenti richiesti da
dipendenti, violazione delle norme a tutela della salute e sicurezza
del personale, attività sindacale, pratiche discriminatorie,
responsabilità civile;
pratiche connesse con
la clientela, i prodotti e l'attività - esempi: violazione
del rapporto fiduciario, abuso di informazioni confidenziali,
transazioni indebite effettuate per conto della banca, riciclaggio
di denaro di provenienza illecita, vendita di prodotti non
autorizzati;
danni a beni materiali
- esempi: atti di terrorismo e vandalismo, terremoti, incendi,
inondazioni;
disfunzioni e avarie
di natura tecnica - esempi: anomalie di infrastrutture e
applicazioni informatiche, problemi di telecomunicazione,
interruzioni nell'erogazione di utenze;
conformità
esecutiva e procedurale - esempi: errata immissione di dati,
gestione inadeguata delle garanzie, documentazione legale
incompleta, indebito accesso consentito aconti di clienti,
inadempimenti di controparti non clienti, controversie legali con
fornitori.
Il rating è
l'insieme di procedure di analisi e di calcolo grazie al quale una
banca valuta quanto un cliente sia rischioso e quanto sarà
produttivo in futuro, se gli venisse concesso il credito che chiede.
Tramite il rating si calcola la "probabilità di default"
ovvero la Pd (probability of default) associata ad ogni classe di
rischio misurata negli anni passati, si raccolgono nuove informazioni
sulla capacità di generare reddito futuro del beneficiario.
Il rating di Basilea II
cambia notevolmente rispetto al passato ed è improntato a una
notevole flessibilità, restando però vincolato ad un
controllo incrociato di enti interni ed esterni all'istituto. Basilea
II, infatti, introduce la possibilità, per gli istituti di
credito, di affiancare ai rating emessi dalle agenzie specializzate,
Ecai (External Credit Assessment Institution), rating prodotti al
proprio interno. Ciò significa che le banche potranno dotarsi
di strumenti particolareggiati volti alla misurazione del rischio.
Oltra alla metodologia standard, troviamo il metodo di misurazione
IRB ( Internal Rating Based Approach ), diviso a sua volta nel metodo
di base e nel metodo avanzato.
Questa novità
procedurale fornisce molte più informazioni rilevanti e
permette di fare valutazioni molto più concrete e realistiche.
Il fatto che le banche
possano usare strumenti analitici propri implica, chiaramente, la
necessità di assicurare principi di trasparenza ed omogeneità.
Le banche dovranno riferirsi a modelli che trovano le loro radici in
procedure automatizzate; così un sistema di rating risulta
essere l'intero complesso di raccolta, selezione, organizzazione, e
valutazione delle informazioni sui soggetti che compongono il
portafoglio crediti della banca, le regole che ne presiedono il
funzionamento, le classi di rischio e le probabilità di
insolvenza che le contraddistinguono.
Il processo ed i suoi
metodi, inoltre, sono ulteriormente supervisionati da strutture
diverse ed indipendenti ed è chiesta espressamente una forte
coerenza interna dei modelli ed un rodaggio di almeno tre anni per
verificarne la validità: infatti gli istituti italiani stanno
già adottando quei modelli in prospettiva dell'entrata in
vigore della normativa nel 2007. I "fornitori di rating",
per essere in regola con Basilea II, dovranno soddisfare una serie di
requisiti, riguardanti in particolare la trasparenza e l'omogeneità
dei criteri adottati. Una banca, inoltre, potrà "attingere"
rating da più fonti, ma pur sempre nel rispetto di un insieme
di regole volte a prevenire comportamenti opportunistici. Ad esempio,
non sarà possibile scegliere, per ogni cliente, l'agenzia che
gli assegna il rating migliore, così da ridurre il requisito
patrimoniale totale.
Le modifiche
dell'approccio di rating comportano costi aggiuntivi dal punto di
vista operativo. Tuttavia garantiscono informazioni maggiori, più
realistiche e precise, più ancorate ai cambiamenti della
realtà. È più facile calcolare la vera
percentuale di rischio, evitando di assumersi rischi inutili da un
lato ed individuando esattamente, dall'altro, la quota di
accantonamento che si deve prevedere, evitando di fissarla troppo in
alto e dovendo quindi ricaricare i suoi costi sul cliente.
Metodologie
Basilea II
prevede tre approcci diversi:
Metodologia BASE
(Standardized Approach)
Non presenta
sostanziali cambiamenti rispetto all'accordo di Basilea I, e prevede
l'accantonamento medio dell' 8% degli impieghi. Inoltre, seguendo il
principio dei requisiti patrimoniali proporzionali al rischio degli
impieghi, propone che alle attività venga assegnato un fattore
di ponderazione stimato da agenzie esterne.
Questo correttivo
permette agli istituti di credito una certa sensibilità degli
accantonamenti: ad un rating molto alto (AAA) corrisponderà un
accantonamento più basso dell'8%, perché si ritiene che
l'azienda che chiede un credito dia eccellenti garanzie di
restituirlo nei tempi e modi previsiti. Di contro, ad un rating basso
CCC corrisponderà un accantonamento maggiore.
La metodologia standard
analizza variabili qualitative e quantitative di tipo statico, come
la categoria economico-giuridica dell'azienda da finanziare, o la
dimensione aziendale. Questa metodologia costituisce una piramide
relazionale, per cui esiste una sorta di mediazione nel rapporto tra
banca-impresa. Quindi è, a ben vedere, una fonte di
deresponsabilizzazione per le banche.
Metodologia IRB
Foundation
La precedente
metodologia ha il difetto di creare instabilità nel sistema
economico, e soprattutto è causa di scarsa cura nei rapporti
banca-impresa; per ovviare a questa empasse, il Comitato di Basilea
ha introdotto una nuova metodologia.
Questa nuova concezione
di valutazione del rischio crea un rapporto diretto tra banca
(prestatore) e cliente (prenditore), basato su parametri più
realistici e flessibili di quelli della modalità standard.
In sostanza, l'accordo
prevede che le banche possano calcolare, sulla base di strumenti
analitici propri (previamente approvati dagli organi di vigilanza),
la PD (probabilità di default).
La definizione di
default
deve avere valore comune a livello internazionale, dato che i
finanziamenti si muovono su scala internazionale. La definizione data
è la seguente: si
ha default del prenditore al ricorrere di almeno una tra due
condizioni: la prima di tipo soggettivo (la banca ritiene improbabile
che il debitore adempia in pieno alle sue obbligazioni) e la seconda
di tipo oggettivo (sussiste un ritardo nei pagamenti di almeno 90
giorni).
Metodologia IRB
Advanced
È l'approccio
più avanzato, sofisticato e, per conseguenza, costoso. Calcola
infatti altri due fattori distinti: LGD (loss given default) e EaD
(exposure at default).
L'LGD (letteralmente,
la perdita dopo il manifestarsi del problema) risponde alla domanda:
"Se il cliente a cui presto dei soldi sarà inadempiente,
quale percentuale del prestito andrà persa, al netto dei
recuperi?".
L'EaD (letteralmente,
l'esposizione al manifestarsi del problema) implica la domanda: "E
quale sarà l'importo effettivamente prestato al momento
dell'insolvenza? Cioè a che punto della storia del prestito il
mio debitore avrà seri problemi con i pagamenti? Quanto mi
avrà restituito nel mentre?"
Calcolo del margine di
intermediazione
Il margine lordo di
intermediazione è una voce di conto economico consolidato dei
bilanci bancari. È determinato secondo i principi IFRS/IAS
definiti dall'International Accounting Standards Board (IASB). Come
risulta dallo schema di conto economico proposto, è calcolato
con la seguente formula:
120. Margine di
intermediazione =
+ 30. Margine di
interesse
+ 60.Commissioni
nette
+ 70.Dividendi e
proventi simili
+ 80.Risultato netto
dell'attività di negoziazione
+ 90. Risultato
netto dell'attività di copertura
+/- 100.Utili (Perdite)
da cessione o riacquisto di
(a) crediti,
(b) attività
finanziarie disponibili per la vendita,
(c) attività
finanziarie detenute sino a scadenza,
(d) passività
finanziarie
+/- 110. Risultato
netto delle attività e passività finanziarie valutate
al fair value.
Basilea II assegna alle
autority nazionali il compito di indicare il contenuto delle singole
voci di tale schema di conto economico. La Banca d'Italia le ha
specificate nella Circolare "Il bilancio bancario: schemi e
regole di compilazione", circolare n. 262 del 22 dicembre 2005,
dove è presente la traduzione ufficiale delle voci dello
standard internazionale per il Conto Economico delle banche).
Secondo lo schema di
conto economico degli standard IFRS/IAS e secondo Basilea II il
margine di intermediazione è definito come somma del reddito
netto senza interessi e reddito netto con interessi e deve essere al
lordo di ogni accantonamento (ad esempio, per interessi di mora), dei
costi operativi, comprese le commissioni corrisposte a fornitori di
servizi esternalizzati (mentre include le commissioni pagate alla
banca per tali servizi), deve escludere i profitti o le perdite
realizzati sulla vendita di titoli del "banking book", e le
partite straordinarie o irregolari, nonché i proventi
derivanti da assicurazioni.
Pro e Contro di Basilea
II: cosa cambierà
Il grande pregio di
Basilea II è il realismo delle analisi del rapporto
rischio/redditività e la necessità di aggiornarle di
continuo, seguendo dunque le aziende e il mercato molto più da
vicino. Questo favorisce gli investimenti in innovazione e ricerca,
che sono più rischiosi, ma possono generare maggiore reddito
nel futuro e maggior crescita economica. Basilea II, inoltre, darà
alle banche una maggior discrezionalità nelle decisioni
imprenditoriali di quelle imprese che chiedano un credito: in questo
senso la banca diventa una sorta di Consulenza-controllore di qualità
dell'impresa. Il contro è che i rating e le metodologie
previsti hanno costi molto più elevati. Alcuni imprenditori,
inoltre, lamentano la prospettiva dell'ingerenza degli istituti nelle
decisione strategiche delle aziende, come una mancanza di autonomia.
L'ovvia conseguenza è
che queste analisi, e soprattutto l'IRB advanced, potrebbero essere
alla portata solo degli istituti più grossi e questo definisce
una discriminante tra banche medio-piccole e grandi.
Più accurate
sono le analisi e le informazioni che una banca può ottenere
rispetto ad un'impresa, meno la banca rischia che l'impresa non
restituisca i soldi che le sono stati prestati. Meno la banca
rischia, meno ha necessità di accantonare denaro (il
cosiddetto requisito minimo) per tutelarsi. Meno denaro accantona,
meno lo deve ricaricare sui clienti, risultando, quindi, più
competitiva di una che non abbia effettuato analisi così
specifiche.
Ne consegue che i
grandi istituti, in grado di supportare i costi di queste analisi
particolarmente complesse, potranno detenere requisiti patrimoniali
minimi minori rispetto a quelli necessari per gli istituti più
piccoli. Basilea II introduce, di fatto, una discriminante forte tra
istituti di credito.
Prospettive future: il
problema delle PMI e il caso Italia
Nell'ottica di Basilea
II cambiano i ruoli per le piccole e medie banche. Infatti queste
ultime potrebbero operare sul mercato dei crediti differenziandosi
dalle grandi banche mediante una focalizzazione maggiore nella
concessione di crediti alle piccole e medie imprese (PMI).
Un rinnovato rapporto
gioverebbe ad entrambe le parti: le imprese, infatti, costituirebbero
rapporti fiduciari con istituti di credito presenti nel territorio, i
quali hanno una maggior consapevolezza informativa della storia della
azienda e del mercato nel quale opera, rispetto ad un grosso istituto
centrale. Di contro, gli istituti locali avrebbero l'opportunità
di crescere trasformando la loro prospettiva locale in globale: le
PMI costituiscono in certi casi dei centri di eccellenza che
sicuramente non operano su mercati di grande scala, ma comunque
competono a livello internazionale; in altri casi la sopravvivenza
stesse delle imprese di piccole e medie dimensioni è legata
alla capacità di confrontarsi con i mercati esteri.
Confrontandosi a
livello internazionale, avranno bisogno di partner finanziari che
adottano prospettive internazionali. In questa ottica il passaggio
dalla figura della banca-foraggiatrice a quello della
banca-assistente controllore e consulente può certamente
contribuire a ridurre la presenza di intrecci poco chiari tra banche
e alta finanza e la stagnazione di mercato favorendo di contro la
crescita delle piccole realtà in realtà più
grandi e competitive. Inoltre un approccio vincolato a concetti di
controllo e adattamento rispetto al mercato potrà consentire
alle imprese di sviluppare una mentalità orientata non più
solo a obiettivi a brevissimo termine, ma a una produttività a
medio lungo termine, indispensabile per una crescita reale e solida.
Non guardare al futuro sviluppo etico-economico vorrebbe dire
ingessare il sistema dei finanziamenti-investimenti.
Basilea II è
stata sottoposta da più parti a critiche per l'atteggiamento
indotto nei confronti delle PMI. Una PMI, infatti, ha minori
possibilità di generare reddito o di generarne di ingente.
Inoltre in alcuni paesi la PMI è solitamente a conduzione
familiare e quindi contraria all'ingresso di soci e capitali esterni,
da un lato, non attrezzata nel settore analisi e gestione finanza
dall'altro. In tal senso Basilea II è già stata
sottoposta a diverse modifiche, soprattutto sotto la spinta dei
governi di Germania e Italia, ma il rischio resta e l'accordo
continua a generare polemiche.
Se osserviamo la
situazione italiana, in particolare, notiamo sia il rischio sia la
potenzialità di un cambiamento di questo tipo. L'Italia è
un Paese che deve la sua ossatura produttiva alle PMI, inoltre ha un
sistema economico molto chiuso, rattrappito, carente di quella
capacità di innovare che è la molla necessaria per la
competitività.
L'origine del problema
italiano è da rintracciarsi in una serie di motivi storici e
politici il cui risultato non è più sostenibile nel
quadro economico internazionale. L'introduzione delle nuove
metodologie dovrebbe spingere le banche a cambiare strategie, se
anch’esse vogliono competere a livello internazionale. Le
banche hanno da tempo iniziato a prendere atto delle nuove
problematiche elaborando previsioni e cercando di coinvolgere i
propri clienti nella scoperta delle specifiche della nuova
disciplina. Sono infatti costrette a confrontarsi sul piano
internazionale e vivono un regime di stringente concorrenza. Le
imprese, invece, sono rimaste in buona parte ferme. Sondaggi rilevano
come il 50% degli imprenditori non sappia neanche cosa sia Basilea II
e men che meno cosa offra e richieda in cambio.
Le PMI italiane non
hanno maturato una mentalità in grado di valutare quanto possa
convenire la novità in termini di sviluppo futuro. Gioca un
ruolo importante anche il fatto che da più parti si è
sfavorevoli ad abbandonare la cattiva consuetudine nazionale, basata
sulla netta prevalenza del finanziamento a breve e sul divieto di far
entrare capitali di terzi all'interno dell'impresa familiare. Le
imprese italiane dimostrano di rifiutare, mediamente parlando,
l'ingresso di soci e di capitali esterni nell'impresa familiare nel
modo più assoluto e anche se il rifiuto dovesse implicare che
l'azienda smette di crescere e di essere produttiva.
L'ovvia conseguenza è
che le PMI Italia risultano avere un livello di capitalizzazione
basso, specie raffrontato con le loro numerose sorelle francesi e
britanniche: inoltre, le prime fanno largo uso di strumenti di
finanziamento emessi dalle grandi banche popolari e le seconde dei
capitali facilmente reperibili in borsa. Le imprese tedesche, invece,
godono della presenza di un unico istituto bancario di riferimento,
coinvolto anche negli aspetti operativi dei processi aziendali.
Per le imprese italiane
in particolare, storicamente sottocapitalizzate e ancora basate sul
pluriaffidamento bancario a breve, quello di capitalizzazione sarà
l'indicatore che darà più preoccupazioni: la
ristrettezza del capitale proprio non è certo un segnale di
solidità e di propensione al rischio. Senza contare che a
tutt’oggi la pratica delle garanzie personali a fronte dei
finanziamenti è stata circoscritta dalla nuova normativa a
casi particolari, per cui non può più essere di
soccorso. L'immissione di nuovo capitale di rischio, attraverso
l'ingresso di nuovi soci o l'utilizzo di nuovi strumenti finanziari,
sembrerebbe essere l'unica via percorribile per diminuire il proprio
grado di rischiosità, ma si scontra fondamentalmente con due
fenomeni: da una parte la riluttanza patologica di molte imprese,
specie se a conduzione familiare, a diluire la proprietà e a
permettere l'ingresso a nuovi soci; dall'altra la mancanza di una
politica fiscale che incentivi in modo deciso la capitalizzazione.
Le PMI italiane
rischiano quindi, ancora più delle loro sorelle di essere
maggiormente penalizzate dalle nuove regole: la prospettiva é
tutt'altro che irrilevante e desta gravi preoccupazioni se si
consideri che le PMI costituiscono la base produttiva del sistema
economico italiano.
Questo tipo di aziende
dovrebbero partire dalla costruzione di un database dei propri
bilanci riclassificati, in modo da evidenziare la qualità e
l'attendibilità del loro bilancio d'esercizio e da riassumere
le rispettive situazioni di redditività, solidità e
liquidità. Evidenzierebbero i punti di forza ma anche i punti
di debolezza e potrebbero correre immediatamente ai ripari.
È però
innegabile che l'analisi finanziaria previsionale richiede
investimenti di non poco conto in strumenti e tecnologie, che le
microimprese in particolare non possono affrontare, e sarebbe
auspicabile, in questo senso, che esse instaurassero un rapporto di
consulenza con le banche. Tale processo, però, incontra
barriere di non poco conto, soprattutto psicologiche: è
difficile, infatti, che l'imprenditore si risolva a trasmettere
all'esterno dati prima gelosamente custoditi e a sottoporsi al
giudizio di terzi.
Conoscere con un certo
grado di approssimazione quali sono le reali possibilità di
successo e qual è il verosimile ritorno di un investimento è
condizione indispensabile per saper presentare alla banca il progetto
da finanziare su basi più solide, suffragate da dati
verosimili. L'analisi previsionale ha, tuttavia, dei limiti: è
estremamente difficoltoso valutare il grado di adeguatezza e di
errore delle valutazioni espresse, tanto più che quasi sempre
tale analisi si risolve in un ribaltamento del passato sul futuro,
cosa ben poco verosimile.
Ne deriva che risulta
essere fondamentale una gestione corretta che ponga la giusta
attenzione alle posizioni di redditività e di equilibrio
finanziario, oltre che l'autovalutazione delle imprese (attraverso i
sistemi di rating assignement utilizzati dalle banche o indici di
sintesi più facilmente padroneggiabili), e, non meno
importante, una corretta impostazione delle linee di azione per
correggere scelte inadatte e consolidare situazioni patrimoniali o
reddituali vacillanti.
Un rapporto di maggior
controllo fattuale da parte della banca, inoltre, renderebbe anche
assai più oneroso, difficile e rischioso per l'impresa avere
scarsa cura del proprio assetto patrimoniale e perpetrare falsi in
bilancio. Le banche, infatti, rischiando di concedere denaro che non
verrà loro restituito e avendo gli strumenti adatti,
effettuano analisi estremamente minuziose alla ricerca di falle e
discrepanze nelle dichiarazioni patrimoniali. Un'impresa che maneggi
o annacqui i bilanci si vedrebbe assegnare un tasso di rating molto
più basso e pagherebbe molto di più il denaro che le
verrebbe concesso, sempre che la banca si decida a concederlo.
Si può dunque
auspicare che gli accordi di Basilea II contribuiranno, molto più
di tanti altri interventi ad hoc, a fare del bilancio una true and
fair view dello stato della gestione aziendale.
Ovviamente tutto ciò
deve sempre basarsi su criteri di veridicità e trasparenza,
che sicuramente è una base solida per costituire il rapporto
banca-impresa.
Basilea II e la
funzione aziendale Finanza
Come precedentemente
affermato, le sfide che Basilea II lancia al mondo dell'impresa hanno
come implicazione diretta la necessità del fattivo contributo
di un reparto finanziario esperto, dotato di competenze
specialistiche e di un valido sistema informativo. Ciò
comporta che la funzione finanza, ormai troppo spesso confinata al
ruolo di semplice controllo finale dei cicli aziendali, sia oggetto
di un ripotenziamento. Le risorse qualificate, che in tale funzione
dovranno essere inserite, dovranno riportare alla funzione finanza le
seguenti competenze:
elaborazione dei
documenti richiesti dalle banche nel processo di rating assignement,
confronto dei diversi
approcci di ciascuna banca in modo da poter valutare l'offerta ed
individuare la più idonea a soddisfare le proprie esigenze,
individuazione, in
sede di pianificazione, dell'impatto che ogni decisione strategica
va ad avere sul rating, e la conseguente analisi delle diverse
alternative riguardo alla gestione futura,
programmazione
anticipata della necessità di risorse finanziarie,
predisposizione di
materiale adeguato nella direzione della trasparenza informativa nei
confronti delle banche, con poste di bilancio più aderenti
alla realtà e dati riguardo alla Corporate Governance e ai
sistemi di pianificazione.
Prospettive future e il
differenziarsi degli istituti di credito: specializzarsi nel rischio
Come si è detto,
alle banche non è richiesto di adottare un modello unico,
quanto di garantirne la correttezza e assoluta trasparenza. Si pensa,
infatti, che adottando modelli diversi le banche si possano
specializzare in settori diversi di credito e adattarsi meglio al
mercato. È probabile, infatti, che banche diverse si dedichino
a diversi segmenti di clientela: corporate,
PMI, retail
ecc. ed è altrettanto probabile che gli istituti si
diversifichino anche in riferimento ai diversi settori di basso,
medio, alto rischio. Il differenziarsi nell'adozione di modelli
diversi porterebbe un maggior grado di concorrenza e una maggior
trasparenza, sempre assumendo che valga un principio di comportamento
etico.
È probabile che
si impongano modelli differenti, tra i quali possiamo citare:
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